domenica 22 agosto 2010

3.Ormoni, così dicono....

Avevo appena visto lei. Nora. Avevo percepito la scossa, ero in stretto contatto con i suoi pensieri. Riuscivo già a capire cosa provava in quel momento, ma, non capivo cosa provavo io. Era forse naturale un sentimento di attaccamento morboso ad una sconosciuta?
Entrando in casa, fermai Zac e glielo chiesi, la sua risposta fu una fragorosa risata" Impossibile Joe! è una follia!, io chiamerei questa reazione ormoni in circolo".
Divertente come al solito, pensai. Potevo trovare una risposta solo sui libri di mio padre, ma neanche lì trovai nulla. Aveva ragione Zac, ormoni, mi disgustava quella parola. Ero un ragazzo di diciasette anni, che rifiutava ogni giorno una media di 3 ragazze,come diceva Zac, forse avevo bisogno di una ragazza, e Nora poteva fare al caso mio. Ma, con lei, gli ormoni potevano stare a cuccia, dai suoi pensieri, avevo scoperto che voleva essere abbracciata, non abbordata, baciata e non toccata maliziosamente, era una vera damina, sorrisi tra me. Nei giorni che seguirono, non tenni il conto delle ore che passai nei pressi della casa, del quartiere di Nora e dei posti che frequentava con Lisa Blums. Mi esercitavo nel mio compito di custode discreto, finchè mi avvicinai a lei più del dovuto.
Quella mattina mi recai alla segreteria della scuola per consegnare le fototessre necessarie all'iscrizione. Il mio solito parcheggio era libero, indossai gli occhiali scuri e mi diressi verso la fila, davanti a me c'era Nora, strano pensai, non avevo percepito la sua presenza in anticipo. se ne stava in disparte, si sentiva fuori luogo e si guardava attorno, avrebbe voluto i suoi occhiali! si voltò verso di me, era stupita, qualcosa di me la colpiva, ma era discreta, controllava i suoi pensieri e non riuscì a interpretare nulla. Vuoto totale. La fila iniziò a muoversi, ora era arrivata anche Lisa, mi sorrideva da lontano, era con Nora. Io ero come accecato, non vedevo nulla se non lei, timida, impacciata, non sentivo nulla se non il suo profumo di buono, credevo che non mi servisse altro per vivere felice. Era il suo turno,io ero alle sue spalle, i suoi pensieri erano chiari: era incuriosita da me. Per quale motivo? si era forse accorta che spesso la seguivo? Potevo notare tutte le sfumature di castano dei suoi capelli, erano disordinati, ma la rendevano unica. Non erano ormoni, era solo una questione riguardante la protezione, sicuramente, doveva essere così: la proteggi e ti ci affezioni. Non potevo trasgredire alle regole. Ma lei, la mia Nora mi rendeva tutto impossibile.Consegnai le foto e mi allontanai verso casa mia a tutta velocità e lei era lì, a fissarmi con le labbra socchiuse.

martedì 3 agosto 2010

2.La scossa.

L'indomani mi alzai di buon'ora e scesi in salotto per raccontare a mio padre lo strano sogno della notte precedente. " Joe, sei sicuro di quello che mi hai detto?"la sua voce nascondeva un velo di preoccupazione."Sì papà, perchè?" " Perchè Joe, è una cosa strana, tu l'hai percepita ancora prima che arrivasse, non accade mai, l'hai vista, e probabilmente hai visto anche nel fututo, hai visto una situazione in cui la protetta si troverà". Strinsi i pugni, ero impaurito, cosa mai la spaventava in quella casa? cosa l'avrebbe spinta ad andare in quel postaccio? Aveva ragione Jenny, avevo un compito difficile. Baciai mia madre e presi la bicicletta per passare più inosservato, e mi avviai verso la casa della mia protetta. Lungo la strada sentivo la mia mente in subbuglio, come se oltre ai miei pensieri e ricordi se ne stessero insinuando degli altri, fui costretto a fermarmi per il mal di testa. " Joe Hale" mi aveva chiamato qualcuno con un sussurro, mi voltai indietro ma non vidi nessuno " Joe, sono Sara, la nonna della tua protetta, non so per quale oscura ragione la mia Nora non abbia ricevuto alla nascita un angelo custode, ma tu sei perfetto per lei". Ero basito, uno spirito mi aveva parlato! A mia madre succedeva spesso, non mi era mai successo nulla del genere. Nora. Il nome della mia protetta, era un nome delizioso, mi dava la sensazione di qualcosa di piccolo, delicato e grazioso, sicuramente particolare. Le mie sensazioni non sbagliavano, avevo raggiunto il parco accanto alla casa di Nora e della sua famiglia e mi ero sistemato su una panchina indossando degli occhiali scuri e fingevo di leggere, in realtà non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso: la osservavo mentre scaricava i bagagli dall'auto del padre di Lisa, scaricava valige più grosse di lei, era minuta, non superava il metro e sessanta, aveva i capelli sul viso appiccicati per il sudore,aveva gli occhiali da sole sulla testa, i suoi occhi erano grandi e castani, all'apparenza era una ragazza comune, ma ero sicuro che non lo fosse. All'improvviso, fui colto da una fitta alla testa che mi fece svenire, dopo una violenta scossa, i miei pensieri erano in contatto con i suoi, percepivo che si sentiva stanca, era curiosa, malinconica, non sapevo quasi nulla della sua storia, aveva svuotato la mente, come se volesse ripartire da zero. Ora era ufficiale, sarebbe stato difficile, davvero duro, staccarmi da Nora.Ora la mia protetta aveva un viso, un nome, dovevo iniziare il mio compito. Lei entrò in casa con tutta la sua famiglia, io ripresi dall'albero la mia bici e ritornai svelto verso casa, non mi toglievo dalla mente i suo viso e la sua aria impacciata, era una ragazza forte, ma le mancava qualcosa, o qualcuno,avevo voglia di colmare quel vuoto.
Ero il suo angelo custode, così mi aveva detto sua nonna, questa era la mia nuova vita, da dopo l'incidente ero diventato una creatura celeste, un angelo custode.

lunedì 2 agosto 2010

JOE 1.Il primo incarico


La mia vita era stata sempre parecchio assurda, avevo viaggiato in un milione di pesi, parlato altrettante lingue e conosciuto il triplo di persone, non è facile essere il figlio di un benefattore, non ci si sente mai abbastanza. Mio padre era un medico senza frontiera, mia madre un'infermiera, banale dire che si erano conosciuti in ospedale, tra siringhe e ammalati, avevano deciso di passare la vita insieme, dopo il matrimonio era nato Zac, mio fratello maggiore, poi Jenny, e infine io. Eravamo la tipica famiglia americana felice, con una bella casa, giocavamo a baseball la domenica, facevamo i pic nic, eravamo felici. Finchè un giorno, assegnarono ai miei genitori il lavoro che avevano sempre sognato: in Africa, ad aiutare i bambini e le loro madri. Finchè accadde l'incidente, quello che cambiò le nostre vite. E ora mi trovavo nello studio di mio padre, ansioso di sapere quale sarebbe stato il mio nuovo incarico, il mio primo incarico ufficiale.
Entrò mio padre e si sedette accanto a me:" Joe, ti senti pronto? hai solo 17 anni,se vuoi possiamo affidarla a Zac" " No papà, sono pronto" " Ricorda Joe, comporta molte responsabilità, devi starle accanto, sempre, e allo stesso tempo devi essere come invisibile, non devi interferire con la sua vita, il tuo unico compito è proteggerla, ricorda Joe, come invisibile". Cercavo di memorizzare le regole che mi stava dicendo mio padre, non avevo mai provato, ma sapevo che era ora di iniziare." Mi fido di te Joe, attenzione, è un compito pericoloso, segreto, non devi interferire, ha la sua vita. Arriverà domani, con la sua famiglia, hanno la casa in periferia al numero 1023, è meglio che vai a dare un'occhiata". Mi alzai, con un cenno salutai mio padre, entrai in camera mia. Zac mi aveva sempre detto che appena vedi la persona che ti è stata affidata, senti in te come una scintilla, una scossa elettrica che te la fa individuare, avevo più volte provato a immaginare quel momento ma non riuscivo a immaginare. "Lei" aveva detto mio padre, era una bambina, una ragazza, o forse una donna. Jenny diceva che erano le più difficili da "gestire", fortunato come al solito, pensai. Salì a bordo della mia auto e mi avviai verso la sua futura casa, era l'ultima di una lunga serie di villette tutte uguali , la 1023, la studiai dall'esterno, non si sa mai, pensai, potrebbe sempre essere necessario un ingresso lampo in caso di necessità. Mentre ero lì davanti, vidi arrivare Lisa, una ragazza che frequentava la mia scuola e che, sapevo essere pazza di me. " Ehy Joe!" cinguettò " Lisa, che ci fai qui?" " Mi ci ha mandato mio padre" disse avvicinandosi al mio finestrino nella maniera più sensuale che le riuscisse," Domani arriva una famiglia amica di mio padre, devo controllare che tutto sia ok, tu piuttosto, che ci fai qui?" disse scostando i capelli ricci da un lato. " Io? Beh, passavo di qui, stavo tornando a casa, ciao Lisa, ci si vede!" Sgommai lasciandola a bocca aperta. Non so il motivo, ma dopo il mio incidente, ero come una calamita per le ragazze, non ero infastidito, solo seccato perchè erano tutte uguali, belle e perfette all'esterno, vuote all'interno.
Chissà la "mia" protetta come sarebbe stata.
Tornai a casa e mi fermai ad osservarla dall'esterno: dopo l'incidente, quella casa era diventata una dimora sicura per noi, lì sulla collina, era l'unica casa ed eravamo liberi di svolgere i nostri allenamenti quotidiani. Era sera, decisi di andare a dormire, l'indomani avrei conosciuto " Lei".
Quella notte sognai molto, come non mi capitava da parecchio. Nel mio sogno, mi trovavo in un lungo viale, con qualche cespuglio ai lati della strada, sentivo un fremito, mi avvicinavo lentamente al cespuglio,e dopo avervi guardato dentro, vidi una ragazza, accovacciata, terrorizzata, come avesse visto un fantasma, era una ragazza bellissima, una bellezza non americana, era straniera, parlava italiano, mi chiedeva aiuto, si stringeva alla mia gamba e mi indicava una casa, di povere condizioni dall'altro lato della strada, ero terrorizzato anche io. Mi svegliai di scatto,avevo l'affanno, ma mi tranquillizzai non appena realizzai che era solo un sogno. Ricordavo chiaramente il suo viso. Zac mi aveva detto che quando sei vicino al "protetto" nascono in te dei "poteri" , avevo forse visto in sogno il volto di " Lei"?, Se fosse stato così, ero certo che sarebbe stato difficile tenermi troppo alla larga da quella ragazza , bella e indifesa. Mi stesi sul letto, con il sorriso stampato sulla faccia.

domenica 1 agosto 2010

9.Incidente

al domani, per una volta, non ci volevo pensare.




Quanto era diventato difficile non pensarlo. Non era una cotta, di quelle che ti fanno arrossire alla sua vista o cose del genere, no. Era qualcosa di inspiegabile, credevo di svenire ogni volta che vedevo Joe, ogni volta che ero costretta a rispondergli mi si attorcigliava la lingua, non riuscivo a formulare più che monosillabi, anche se le mie domande per lui erano infinite.Mancavano pochi giorni al ballo di benvenuto, secondo Lisa, mi serviva un vestito, Per mi a fortuna lo avevo già. Così scampai la seduta di shopping con Lisa che, senza dubbio, mi avrebbe parlato di quanto era bello Joe Hale.Avevo già finito i compiti, così decidi di fare una passeggiata in bici, indossai un paio di pantaloncini neri e la mia canottiera rossa, feci una coda disordinata ai capelli e mi avviai, per chi sa quale motivo, verso il quartiere residenziale, dove c'era villa Hale, con chi sa quali speranze. Pedalavo lentamente per godermi il sole caldo di Boston, dava una sensazione piacevole sulla pelle, quasi come una carezza, passando sotto gli alberi, invece, si alternava a momenti di venticello caldo.Ero totalmente persa nei ricordi di quando ero piccola, delle passeggiate in bici con la nonna, ad osservare tutti i tipi di fiori, piante,i nostri discorsi, dio solo sa quanto tenevo a quella persona, mi scendevano piccole lacrime salata che si incastonavano lungo le lebbra per scendere fino al collo, lentamente, mi mancava tutto di lei. Nel tentativo di asciugare le lacrime, persi all'improvviso il controllo della bici e finì per terra, subito mi assicurai che nessuno mi avesse visto, cercavo intorno a me la mia bici, ma vidi solo un ragazzo vestito di bianco che mi porgeva la mano, per il sole non lo identificai subito. Gliela porsi, era Joe. Come al solito fui percorsa da mille emozioni differenti, avrei voluto fare a quel ragazzo mille domande, spiegargli come mi sentivo, ma un clacson bloccò le mie parole, era Zac. " Nora, stai bene?" Chiese Joe con la sua voce angelica, " Sì, sono scivolata, sto bene" " Sicura? perchè le tue ginocchia gridano pietà" Rise con un velo di preoccupazione. E in effetti le mie ginocchia gocciolavano di sangue lungo tutto il resto delle gambe, Koe tirò fuori dalla tasca un fazzoletto e tamponò il mio sangue, poi lasciò fare a me, Zac intanto aveva caricato la mia bici semi distrutta sulla maccina " Vieni" Disse Joe " ti medico e aggiustiamo la bici" Mi fece accomodare sul sedile posteriore e mi sorrise, Zac sfrecciò verso villa Hale. Il viaggio fu silenzioso per quanto mi riguarda, i due fratelli parlavano in inglese e ridevano, avrei pagato oro per sapere di cosa stessero parlando ma non capivo nulla. Giurai però che Joe era come offeso. Giunti davanti al cancello in ferro di villa Hale, Joe tirò fuori la bici e si avviò al garage, Zac mi portò in casa. Era una villa davvero bella, diversa da tutte le altre come stile. Il divano sul quale ero seduta era di pelle bianca come le poltrone, sparsi per la stanza c'erano fiori rosa e libri su tutte le pareti. Zac portò del cotone del disinfettante, iniziò a pulire la mia ferita. Nella mano destra stringevo il fazzoletto di Joe, dalla finestra dietro le spalle di Zac, vedevo suo fratello armeggiare con la mia bici " Allora Nora, ti faccio male? " " No" dissi sincera " Dimmi un po', ne sai qualcosa di ballo? " " ehm, a dire il vero no" " MMh, bene, buono a sapersi" " Ero arrossita, gran bella figura pensai " Non è grave" Disse spontaneo Zac " La prendo come occasione per invitarti dopo le lezioni qui per esercitarci un po', ci stai?". La cosa probabilmente mi stava sfuggendo di mano, io a casa di Joe, invitata da Zac.C'era qualcosa che non permetteva a Joe di starmi vicino quanto volevo io, forse piaceva a me, ma non ero ricambiata, non volevo guardarlo solo da lontano, no, questa volta volevo brillare, volevo davvero passare del tempo con Joe Hale per conoscerlo, era diventata una situazione incontrollabile, non lo volevo solo nei miei sogni. " Sì, verrò" dissi sfacciata, mi alzai e mi diressi verso l'esterno dobìve si trovava lui, il mio Joe.
Era lì, con le mani sporche , la camicia arrotolata sino ai gomiti, la schiena larga e muscolosa, avrei voluto sfiorarlo, " Joe", si voltò ridendo " Nora, non ci credo, sai parlare?" Ero imbarazzata " Beh,sì, come sta la mia bici?" " Situazione critica, ruoto completamente storta " sospirò, si pulì le mani su uno straccio, e si sedette su un banco da lavoro, mi avvicinai, anzi il mio corpo lo fece perchè io non lo controllavo più. " Joe, ascolta sono successe delle cose strane da quando ti ho visto, ho sentito più volte la voce di mia nonna, ho provato delle emozioni forti, come se lei fosse qui, non ci crderai, ma è per quello che sono caduta eh, ora mi prenderai per matta ma...." "Shh" Fece Joe mettendomi un dito sulle labbra" Ti credo Nora, lo so,per questo ero lì" " C...come? non ti seguo" "Perchè.... perchè stavo tornando a casa e ho notato che sbandavi con la bici" " Joe, ti prego, altre cose non tornano, come sapevi dell'aula 32? " " Le voci girano nella scuola" " Joe, perchè ci vai con Lisa? " Scoppiai in lacrime " No, Nora no ti prego! " Ero già sul vialetto di villa Hale, correvo, volevo correre a casa, Zac mi inseguiva, si fermò dopo poco, Joe era rimasto immobile sul banco da lavoro, io stringevo il suo fazzoletto tutto sporco di sangue, e mi sentivo una totale idiota, ma avevo solo voglia di correre , correre e piangere, al domani, per una volta, non ci volevo pensare.

venerdì 30 luglio 2010

8. Notizie

era diventato un bisogno fisiologico, come mangiare o dormire.












Mi fiondai in corridoio, era già pieno di studenti,camminavo velocemente vicinissima alla fila di armadietti blu, senza neanche una meta, forse avrei dovuto cercare la palestra, avevo prima bisogni bere un goccio di acqua, per oggi mi avrebbero perdonato il ritardo, pensai. Avevo individuato la porta del bagno delle ragazze quando mi sentì chiamare da dietro,Era Lisa, feci un sospiro di sollievo. " Ti sei persa?" chiese, " No no, stavo solo andando in bagno" " abbiamo ginnastica insieme ti aspetto. Bevvi un sorso d'acqua, risistemai alla meglio i capelli e tornai da Lisa che mi aspettava appoggiata al muro e chiacchierava con Zac. Appena mi videro smisero di parlare, Zac dall'alto del suo metro e ottanta mi sorrise ed entrò nell'aula accanto. Benchè fossero parecchio diversi, aveva qualcosa in comune con Joe, certo erano fratelli pensai subito. Non so perchè, ma era come se volessi trovare a tutti i costi qualcosa di strano in quei bellissimi ragazzi, forse non ero abituata a tanta perfezione. "Sai Nora, mi hanno detto che questo fine settimana c'è il ballo di benvenuto, vero che ci vieni?" Accidenti pensai, i balli. Una cosa che finchè ero in Italia avevo apprezzato della scuola americana e chissà perchè ora che ci ero dentro, non mi entusiasmava più. Con chi ci sarei andata? Anzi, chi mi avrebbe invitata? Senza invito, come insegna ogni film, non si può andare al ballo.Sicuramente Zac prima aveva invitato Nora. Zac, l'unico ragazzo che fin'ora mi aveva sorriso. Sembravo invisibile nella nuova scuola, come uno spiritello di passaggio. Esistevo solo per Lisa, forse per Zac. E poi c'era Joe, che mi aveva aiutato a trovare l'aula 32. Solo per cortesia.
Nora aspettava con gli occhi blu sgranati una risposta" Allora ci vieni?" "Beh ecco io... il ballo, non so ballare, poi non devi ricevere l'invio da un ragazzo?" il mio tono immensamente interrogativo, Lisa scoppiò a ridere fragorosamente, dopo tre minuti risistemò un riccio dietro l'orecchio e mi disse in tono solenne " Nora, sei già stata invitata!" " Ah, e da chi?" " Ma come da chi?? niente di meno che da Zac Hale!!" Da come lo diceva sembrava che avessi ottenuto il trofeo più ambito. " Ma io... credevo avesse invitato te!" " No sciocchezze, sembra pazzo di te".
Bella questa, qualcuno pazzo di me, " me lo ha detto davanti ai bagni, mi ha chiesto se eri libera e io, beh, ho detto sì, devi conoscere qualcuno qui Nora!" Non so se avrei voluto uccidere o ringraziare Lisa ma entrammo negli spogliatoi, indossai la divisa che mi era stata data per fare ginnastica e appena uscita, notai sulle scalinate il bellissimo viso di Joe Hale, era immerso nella lettura, con una mano si scompigliava i capelli, il colorito abbronzato lo faceva sembrare un californiano, alzò immediatamente lo sguardo verso di me e mi salutò con la mano, ricambiai timidamente. Avevo sperato che mi chiamasse lì vicino a lui, un po' per ritardare l'inizio della mia corsa impacciata, un po' per ammirare la sua bellezza angelica. Ovviamente non accadde, e il mio gruppo iniziò a correre in circolo in palestra, dietro di me c'era Lisa, il capofila era Zac Che non rinunciava mai a lanciarmi occhiate languide, che io ricambiavo con sorrisetti indifferenti. Avevo sempre odiato correre, mi dava una sensazione sgradevole, come se io non fossi più padrona del mio corpo, odiavo ansimare per la fatica,odiavo la sensazione di gola asciutta che portava la fatica, odiavo il sudore che mi accarezzava il viso, odiavo sentire i muscoli così in tensione, ma questa volta era diverso. Correvo il più aggraziata possibile solo per raggiungere la zona della palestra con le scalinate, dove Joe era appoggiato alla ringhiera con l'i pod nelle orecchie, sembrava la foto di un servizio fotografico, era da copertina. E sono pronta a giurare che mi seguisse con lo sguardo.Secondo Lisa, avevamo corso 15 minuti ma io stranamente non mi sentivo stanca,avrei potuto correre ancora. Mi fermai a riprendere fiato vicino alle scale dove c'era Joe, ma lui era sparito, lo cercai con lo sguardo ma non c'era più, non feci in tempo a girarmi che arrivò Zac. " Tutto bene?" chiese sorridendo, " Sì grazie",.Era davvero bello anche lui, ma ero totalmente bloccata nei suoi confronti.Q " Beh Nora, dopo aver sentito voci di corridoio che ti dicono libera, vorrei invitarti ufficialmente al ballo di benvenuto, ti va?". Volevo scomparire, come aveva fatto Joe poco prima, oppure fingere di svenire, per non dare una risposta a quel ragazzo che mi stava davanti e implorava con lo sguardo un mio sì. Probabilmente, pensai, è il sogno di tante ragazze questo Zac Hale, troppo bello per una come me. " Sì" dissi quasi sottovoce. "Perfetto!" disse lui felice. io mi alzai da terra sorridendo ed entrai nello spogliatoio, Lisa era già pronta " Allora??" Chiese curiosa. "come te lo ha chiesto?" " con le parole" sorrisi" Forse Nora,non ti rendi conto di quanto i fratelli Hale siano ambiti alla Boston High! E tu mi rispondi così! Non te ne pentirai" " E tu con chi ci vai al ballo?" chiesi timidamente " Con Joe, Zac mi ha detto che se ti avessi convinta ad andarci con lui, lui avrebbe fatto felice me, facendomi invitare da suo fratello Joe,Lo conosci?". Credo che in quel momento chiusi gli occhi e sentì un brivido freddo lungo la schiena" Sì, mi ha aiutata a cercare l'aula questa mattina" " è assolutamente uno schianto" Cinguettò Lisa.
Quella mattina non ebbi più lezioni nè con Lisa nè con Zac, ne ero felice. Almeno avevo il tempo di interpretare le mie reazioni e i miei pensieri. L'ultima ora avevo matematica, non era l'ora giusta per perdersi a pensare ma tanto, quella giornata a scuola,era stata fallimentare dal punto di vista dell'apprendimento.Presi posto al fondo dell'aula e mi abbassai a prendere il libro nello zaino, una vampata di profumo mi avvolse, era lui,Joe. il mio vicino di banco a matematica. Forse ora poteva iniziare a piacermi matematica.
" Ciao" disse cortesemente " ti ricordi di me?" " Oh... certo, il mio angelo custode" dissi allegramente, lui non l'aveva presa sul ridere, si era fatto serio " Sì" riuscì a dire. Iniziò la lezione sulle equazioni. Io ero impegnata ad osservare quella creatura che sicuramente proveniva da una dimensione perfetta. Le sue mani abbronzate stringevano una stilografica nera che danzava sul foglio scrivendo i numeri, i muscoli del suo braccio destro erano ben delineati, la camicia blu arrotolata fino al gomito, lasciava immaginare il resto del braccio, il suo petto muscoloso sembrava scolpito, i suoi occhi verdi erano attenti e io ero totalmente persa. " Signorina Nora" la sua mano ancora danzava sul foglio, i suoi capelli erano mossi dal vento che entrava dalla finestra, lo vedevo io come un dio o lo era davvero?
" Forse lei sa già tutto sulle equazioni, che non le interessa ascoltare, o forse il signor Hale la disturba" Oh accidenti, mi aveva ripresa il professore e non mi ero accorta che la lezione era terminata e io avevo fissato Joe tutto il tempo." Scusi professore, Nora non capisce bene la nostra lingua e io stavo traducendo per lei" Disse Joe con una voce ammaliante. Lo guardai, mi guardò e rise " Grazie" esclamai dopo che la campanella era suonata. " Di nulla, ti ho.... vista distratta prima" Sorrise, e che sorriso! da perderci la testa. si era accorto che lo fissavo e adesso? che scusa avrei trovato? " Ehm, beh, ecco io, stavo cercando le somiglianze tra te e Zac, tuo fratello" riuscì a dire, chissà se ci avrebbe creduto, "Ah ecco! ora capisco!" la sua voce era beffarda, mi stava prendendo in giro, infatti rise. Uscimmo insieme nel parcheggio, Lisa e Zac ci aspettavano fuori alle macchine, Zac mi salutò con la mano, io salutai solo Joe, senza rendermene conto. Lisa fece lo stesso con Joe, che invece, molto più educatamente di me, la ricambiò,"A domani osservatrice" mi dissi. " Ciao" esclamai, e subito mi vergognai perchè il tono era sicuramente quello di una pazza.
Lisa mi lasciò a casa, e io mi buttai sul letto. Che mi stava succedendo? Eo solo attratta da Joe Hale o qualcosa di più? Qualunque cosa fosse, dovevo reprimerla, perchè lui piaceva a Lisa. Poi avrei ferito Zac. Ma Zac non lo avevo scelto io. Io desideravo sapere qualcosa di Joe, desideravo vederlo, anche solo vederlo,era passato solo un giorno ma era diventato un bisogno fisiologico, come mangiare o dormire. Era un comportamento sbagliato ma sarei uscita con Zac, che era suo fratello, per stare almeno un po' più vicina alla realtà di Joe. Se non potevo averlo, dovevo limitarmi a guardarlo, come d'altra parte mi era successo spesso nella vita.

martedì 27 luglio 2010

7.Un nuovo primo giorno


sentì il caldo salire dalla punta dei piedi, lentamente arrampicarsi sulla mia schiene e infine giungere al cervello tanto da farmi fermare il sangue





Erano passate circa due settimane dal mio arrivo in America,due settimane da quando avevo imparato ad apprezzare la mia nuova casa,due settimane da quando avevo conosciuto Lisa,due settimane da quando avevo iniziato a pensare a quel misterioso ragazzo, due settimane da quando mi chiedevo cosa fosse , anzi cosa ci fosse a villa Hale.
E adesso il momento che tanto aspettavo, era arrivato, il mio nuovo primo giorno di scuola. Mi stiracchiai, con un calcio gettai a terra le coperte,fuori era soleggiato, gli alberi verdi, i ragazzi già si incamminavano verso la scuola con gli zaini in spalla.Aprì l'armadio in cerca dei vestiti migliori, scelsi un paio di jeans chiari e una maglietta nera, almeno non avrei attirato l'attenzione. I capelli erano perfetti per una volta, leggermente ondulati, tirai indietro la frangia con un cerchietto, infilai le scarpe e scesi per colazione, erano già tutti al lavoro e mio fratello aveva preso il bus. Mangiai velocemente un fetta biscottata, e sentì il clacson di Lisa, era passata a prendermi.
Lisa era davvero una ragazza bellissima:aveva dei lunghi capelli ricci biondi, gli occhi chiari e sulla sua cabrio rossa sembrava una diva. La vedevo bene come cheerleader, non escludevo che lo fosse, a dire la verità la vedevo bene anche con un ragazzo come quello misterioso, chissà se lo avrei visto oggi.
"'Giorno Nora!" " Ehi ciao Lisa, Bella macchina!" l'avevo sempre vista in bicicletta.
" Non attireremo troppo l'attenzione" "No problem Baby" disse Nora decisa"C'è di meglio" ingranò la marcia e in meno di 10 minuti eravamo nel parcheggio della Boston High School. Rabbrividì quando vidi il grandissimo numero di studenti, erano almeno il triplo di quelli del mio liceo," Tranquilla Nora" mi disse dolcemente Lisa"Segui me". Inghiottì una quantità enorme di saliva e seguì la mia amica, andavamo verso una scalinata, verso un gruppo di ragazzi, gli amici di Lisa.
Inizia a rosicchiare le unghie " Nora vuoi anche le mie?" erano le parole che giurai di sentire, me le diceva sempre mia nonna, con uno scatto tolsi le mani dalla bocca, le infilai in tasca e mi guardai attorno. Stavo letteralmente impazzendo, dall'alto della scalinata notai giù nel parcheggio il ragazzo con gli occhiali scuri, era rivolto verso di me, che sciocchezza subito pensai, ci sono decine di persone.Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso, poi ancora la voce della nonna" Nora girati" scattai verso Lisa, mi stava presentando i suoi amici. Cosa era successo? ero terribilmente spaventata, la voce della nonna? era solo immaginazione. sicuramente.
Strinsi la mano a 5 o 6 ragazzi, ma uno in particolare mi colpì.
Si chiamava Zac, era alto, bruno, con i capelli alzati, portava dei pantaloni chiari e una camicia scura leggermente sbottonata, lo zaino su una spalla, mi strinse la mano e mi guardò negli occhi a differenza degli altri." Piacere, Zac Hale" disse con una voce forte ma gentile. "P...piacere Nora" balbettai a mala pena.Mi girai e il ragazzo misterioso era sparito. Zac continuava a fissarmi, sorrisi timidamente e distolsi lo sguardo. Zac Hale, doveva essere uno dei figli degli Hale della villa. Aveva ragione Lisa, affascinante, misterioso, ma nulla di spaventoso, notai con piacere, i miei interrogativi sulla villa che credevo stregata erano spariti. Che idiota ero stata.
Il suono della campanella mi riportò alla realtà. Nora aveva lezione di spagnolo, io, a quanto diceva il mio foglietto, ero nell'aula 32 a lezione di inglese. Bene. Mi lanciai alla ricerca dell'aula e dopo 2 giri del piano, non la trovai, disperata per la figuraccia di aver perso la prima lezione del primo giorno, mi abbandonai sulle scale. Una voce dietro di me disse" Tutto bene?, l'infermeria è poco più avanti". Stano pensai, non avevo sentito nessuno arrivare, mi voltai, e sicuramente il mio viso cambiò colore, sentì il caldo salire dalla punta dei piedi, lentamente arrampicarsi sulla mia schiene e infine giungere al cervello tanto da farmi fermare il sangue,era lui, il ragazzo con gli occhiali, non riuscivo ad aprire bocca, da vicino era ancora più bello, ma non una bellezza normale, di quelle da copertina, una bellezza angelica: non portava gli occhiali, i suoi occhi erano verdi, una tonalità di verde che non avevo mai visto prima, si sposavano perfettamente con la tonalità di castano-biondo dei suoi capelli spettinati. "Che c'è? ti ho spaventata? Chiedo scusa" mi porse la mano per aiutarmi ad alzarmi. Senza esitare gliela porsi, " Beh, inizio io,piacere sono Joe, Joe Hale". Ecco, era un Hale anche lui, me lo sentivo, e probabilmente, anzi sicuramente era fratello di Zac. " Nora" dissi a bassa voce." ok, Nora, che ci fai qui sulle scale? appena arrivata già non partecipi alle lezioni?" esclamò con ironia. " Oh no, beh ecco... io In realtà mi sono persa" "Aula 32... eri quasi arrivata" Vieni ti ci porto. "Diedi una pulita ai jeans e lo seguì. La sua bellezza mi intimidiva, il suo profumo mi ammaliava.
"Eccoci" "G... Grazie" sussurrai " Ci si vede, è un piacere accompagnare i nuovi arrivati" Sorrise sfoggiando un sorriso irresistibile. Ero in ritardo di dieci minuti ma decisi di entrare. Il professore mi fece accomodare e mi scusò per il ritardo. Dovevo prendere appunti di letteratura, scrivere giusto in inglese e cercare di capire, ma non feci nulla di simile, pensavo. Pensavo a quell'incontro.
Come aveva fatto ad arrivare così silenziosamente? Come sapeva che dovevo andare nell'aula 32? e perchè sapeva che ero appena arrivata? forse lo si capiva dal mio inglese scorretto, no, ricordavo perfettamente che mi aveva parlato in italiano. Hale è un cognome sicuramente non Italiano.Come conosceva la mia lingua? Non avevo mai parlato in italiano con nessuno eccetto che con Lisa, ma non credevo che loro due si conoscessero. Sicuramente sapeva anche come mi chiamavo. E poi come avevo fatto a sentire così chiaramente la voce di mia nonna.Le voci giravano in fretta nelle scuole.
O forse lo aveva informato Zac, suo fratello. Avevo conosciuto gli Hale, Zac e Joe, il ragazzo misterioso. Era ancora più perfetto di quanto ricordassi. Dovevo sapere qualcosa in più su di lui.
La campanella suonò alla fine dell'ora e il mio quaderno di appunti era totalmente bianco, gran brutto segno, non sapevo neanche di cosa avevamo, avevano, parlato.

6. Il momento di Nora

Questa volta la razionalità non mi aveva aiutata, neanche Platone.




Rientrando in casa, mi sforzai di apparire il più normale possibile, ero facilmente leggibile, tutti capivano cosa mi passava per la testa e in quel momento non avevo davvero voglia di sentire domande. " Sono a casa" urlai mentre ero già sulle scale. Avevo il desiderio di prendermi uno di quei momenti di solitudine che tanto mi facevano bene. Mi buttai sul letto sfilando le scarpe, rotolai sino al comodino per estrarvi un cofanetto: era piccolo e argentato, sembrava un pezzo di antiquariato, ma non ero così vecchio, lo aprì e posata sul velluto rosso, stava, esattamente come l'avevo lasciata, la collana di mia nonna, quella che desideravo da bambina. Era una catenella d'oro bianco molto fine, simile ad una treccia come forma, il pendente era un fiore, i cui petali erano di madre perla. La strinsi, come se stringessi un pezzo della mia nonna, la donna a cui chiedevo consigli in tutti i momenti, anche quando non era più fisicamente presente, la sentivo vicina più che mai. Ero malinconica, forse senza motivo. Anzi, sicuramente. Che motivo c'era di essere giù di morale,euforica nello stesso tempo dopo aver visto un ragazzo? be' era più di un semplice ragazzo, mi venivano in mente tutti i film che avevo visto, dove i protagonisti erano stupendi e pieni di virtù, oppure belli e dannati. Oppure le descrizioni dei milioni di libri che avevo letto: un principe azzurro? o forse un vampiro di sani principi e troppo innamorato? no. tutte cose che succedono solo nei libri.E allora perchè mi sentivo così? come se quel ragazzo mi avesse trasmesso qualcosa di indescrivibile con quel suo sorriso quasi alieno, ma che dico: irresistibile, come lo aveva descritto Lisa. Mi lanciai in pensieri filosofici: sapevo qualcosa di filosofia dalle lezioni del liceo: un corpo bello, ispira amore, diceva Platone. Amore, che parola enorme! Non potevo amare quello sconosciuto, non sapevo neanche il suo nome. Forse mi aveva catturato il suo aspetto fantastico, fiabesco. Sta di fatto che non riuscivo a non pensarci: si era annidato nella mia mente, come un pensiero preoccupante o estremamente piacevole, un pensiero al quale era impossibile fuggire, che provocava un certo dolore, ma che nello stesso tempo faceva piacere. Sempre Platone diceva che prima ci si innamora di un corpo bello, poi della mente. Non so il motivo ma credo che questa volta centrasse la mente. Forse stavo impazzendo, o tutto era un lungo sogno, dal quale bastava svegliarsi e farsi due risate per la follia.
Questa volta la razionalità non mi aveva aiutata, neanche Platone. guardai l'orologio, era già ora di cena, mi ero persa tutto il pomeriggio a tormentarmi, su cosa poi? un ragazzo più bello del comune, E basta. Mi ero presa il mio momento, il momento di Nora, nel quale ero libera di impazzire interiormente, senza le critiche di nessuno.Indossai le ciabatte e scesi per cena. La famiglia era già riunita. " Ehi Nora, domani mi porti a fare un giro in macchina?" mio fratello chiese" No, esco con Lisa" " hai conosciuto Lisa" chiese mio padre " sì" ribattei " è una tipa ok" " e stasera: lasagne" esordì mia madre. Nella gioia generale, consumammo il pasto in men che non si dica. E tra la gioia di gustare quel piatto che mi ricordava tanto casa mia, quel sorriso nascosto dagli occhiali scuri mi balenò in mente e per poco non mi fece strozzare con la pasta. Assurdo, ero proprio assurda.

lunedì 26 luglio 2010

5.Domande

La casa di Lisa era come tutte le altre case che avevo visto fin ora. Era una bella casa, confortevole, dove si sentiva aria di qualcosa di familiare: si parlava italiano, il profumo del pranzo era di polpette, iniziava a mancarmi l'Italia.
Lisa mi presentò sua mamma,una donna di Milano, bionda e curata, dall'aspetto intelligente poi mi portò in camera sua.
Mi sembrava di conoscere quella ragazza da una vita. Lei era nata a Boston, dopo che i suoi genitori si erano conosciuti lì. Papà conosceva Mark grazie ai convegni ai quali partecipava a volte.
Mi fece accomodare sul letto e iniziò a parlarmi delle lezioni in America, dei corsi, delle aule da cambiare, dei libri, del passaggio che mi avrebbe dato ogni mattina, che avremmo frequentato qualche lezione insieme, non so perchè ma sperai per un secondo che in tutte quelle chiacchiere rientrasse il ragazzo che avo visto quella mattina, al solo pensiero sudai freddo. Trasalì e mi accorsi che Lisa aspettava una mia risposta, chissà a quale domanda.... gentilmente risi, sperando di essere il più convincente possibile.
" Non si usano le divise qui vero?" Chiesi timidamente" certo che no!" Disse Lisa in tono allegro. "Su, andiamo a fare un giro, magari incontriamo qualche compagno di scuola, così almeno i visi ti saranno noti". In un secondo ero già in piedi con la borsa blu a tracolla.Uscimmo con le biciclette, pedalavamo vicine chiacchierando, Lisa era una ragazza simpatica e disponibile, saremmo diventate ottime amiche pensai.
Ci spingemmo nella zona residenziale, qui le case erano differenti, bianche gialle, con grandi giardini curati e ampie vetrate, all'orizzonte una collinetta piena di vegetazione, una casa bianca attirò la mia attenzione. Lisa se ne accorse: " Anche tu stregata da villa Hale?" chiese lei con tono scherzoso " Villa Hale? che roba è?" ribattei prontamente, era forse una di quelle dimore dove si era consumato un omicidio, o di una persona famosa? "Ci abitano gli Hale" Rispose "Chi sono?" " Probabilmente una casata con discendenza reale, i loro 3 figli vengono nella nostra scuola, cosa totalmente folle,sono dei tipi strani, ma assolutamente irresistibili, alcuni dicono che sono attori europei". Sapevo qualcosa di gossip, ma Gli Hale non li avevo mai sentiti.
Proseguimmo il nostro giro, e Lisa poi mi accompagnò a casa mia, avevo la testa piena di domande: chi era il ragazzo bellissimo della scuola? perchè rideva?e villa Hale? attori europei? una casata reale? che cosa folle.
" Ehi Nora!" feci uno scatto " io vado, dormi un po'il fuso orario deve averti stordito" " Già", risposi " Ti passo a prendere domani, andiamo in cerca dei tuoi libri, la scuola tra poco inizia " Ciao Nora, e... grazie"
Bene, il mio secondo giorno a Boston si era rivelato interessante, non vedevo l'ora, dopo tanto tempo, che iniziassero le lezioni.

4.Lisa


La mattina mi svegliai stiracchiandomi, il sole riscaldavava il plaid, avevo dormito sulla sedia, si sentiva, avevo la schiena a pezzi.Si sentiva dalla cucina il profumo di latte, mio padre trafficava in garage e mio fratello giocherellava fingendo di guidare.
Era come al solito, tutto normale.Cercai di vestirmi velocemente con la solita camicetta bianca e jeans, legai i capelli ormai indomabili, faci una colazione velocissima e con una bicicletta che Mark ci aveva fatto trovare in garage, iniziai a pedalare verso la scuola.Passavo in mezzo a larghi viali alberati, all'ombra, osservavo le case, le persone, i bambini, che clima diverso!
Dopo un quarto d'ora, ecco apparire un caseggiato di mattoni rossi, come tutte le altre case, solo molto più grande, circondato da altre casette più piccole.Non aveva nulla a che fare con il mio liceo rosa e pieno di graffiti dell'Italia.
Era tutto immobile, ordinato, come nei film che vedevo in tv.
Dovevo portare la mia foto in segreteria, per l'iscrizione, cercai l'edificio giusto tra quelle viette tutte uguali, finalmente lo notai per la discreta fila di studenti fuori da esso. Mi misi in disparte e iniziai a rosicchiarmi le unghie, ok pensai, il mio smalto è completamente andato. Mi sentivo a disagio, avrei voluto i miei occhiali da sole, per nascondermi in quella massa, parlavano tutti inglese ovviamente, ero decisamente spaesata. Però seduta su quella ringhiera ero sufficientemente isolata da non sentire i loro commenti, che sentivo a mala pena.
All'improvviso mi si gelò il sangue nelle vene per lo spavento: ero così assorta nei miei pensieri che non mi accorsi, anzi, non riuscì neanche a sentire che un ragazzi si era avvicinato alla ringhiera.Credo fosse il più bel ragazzo che avessi mai visto, sembrava di un 'altra nazione, forse addirittura un altro pianeta, in sottofondo sentivo le ragazze sospirare e ridacchiare, avevo intuito che era il più ambito. Era alto, molto più di me, muscoloso, ma non esageratamente, i suoi capelli castano chiaro risplendevano sotto il pallido sole di quel giorno,portava degli occhiali scuri, una camicia azzurra, jeans, era come un attore pensai, perfetto, magari era il figlio di una persona importante, d'altra parte eravamo in America!Mi venne in contro una ragazza saltellante, bassa, magra, dai lineamenti fini, veniva verso di me, ma il mio sguardo era catturato da QUEL ragazzo. Mi strinse la mano :" Nice to meet you! I'm Lisa" Era la figlia di Mark.Cavoli pensai, mi ero dimenticata di doverla incontrare qui! mi avrebbe fatto da guida, mi aveva detto papà, meno male, era carino poter essere amica di qualcuno nell'immensa America! Nel mio inglese migliore mi presentai, Lisa rise scostando i suoi ricci biondi dal viso, puoi parlare anche italiano disse! La fila andò avanti, io e Lisa consegnammo le foto, il ragazzo dopo di noi e immediatamente sparì nella sua auto nera. Ero basita. Lisa notò che ero assente, ero rapita a dire il vero, non avevo il coraggio di chiedere informazioni su di lui, almeno non ora, tanto pensai" tra un paio di settimane sarebbe iniziate la scuola, e lui sarebbe venuto". Avevo tempo, tanto partivo dal 3° anno qui.Scossi la testa, risistemai con un gesto la coda e seguì Lisa verso casa sua, non molto distante dalla mia. "Fantastico"pensai " sto continuando a vedere il suo viso che mi guarda incuriosito e sorride sotto gli occhiali scuri" risi" che effetto che mi fa questa America" . Anche Lisa rise" Arrivate!" esclamò.

martedì 13 luglio 2010

3.Casa dolce casa


Scesi dall'aereo ci affrettammo ad andare al nastro dei bagagli e dopo aver raccolto tutte le nostre valige, notammo l'amico di mio padre che ci aspettava, ci recammo con lui fuori e subito un vento caldo mi scompigliò i capelli. Era un'aria tutta diversa da quella a cui ero abituata, c'era odore di smog, un'afa tremenda, mille dialetti e lingue si mescolavano, ma non era fastidioso, era estremamente eccitante.Sfoderai il miglior sorriso che potessi avere, risistemai i capelli e tirai giù sul naso i grandi occhiali da sole neri, eravamo arrivati,Boston, chi lo avrebbe mai detto.
Dopo un'oretta di macchina arrivammo ad un quartiere che a parer mio, doveva essere alla periferia di Boston, l'aria qui era diversa da quella dell'aeroporto, era più simile a quella di casa, della nostra vecchia casa in Italia.Era un quartiere tranquillo, carino, le villette di mattoni rossi erano circondate tutte da praticelli verdi e ben curati, un cancelletto di legno chiaro precedeva il vialetto di pietra.La nostra nuova casa era l'ultima della serie, identica alle altre, ma solo a due piani, il tetto era nero a spiovente, nel prato erano già stati piantate diverse specie di fiori, il profumo era ottimo, simile a quello della nostra primavera, nel vialetto era parcheggiata una bella auto nera, lucida, mio padre e mio fratello Luca si fiondarono dentro l'auto.
L'amico di mio padre, Mark esclamò:<<>>, mamma rise,<<>>. fantastico pensai, hamburger tutti i giorni.<<>>.
La patente, la scuola nuova, le lezioni in inglese, tutte. Oh mio dio pensai! L'entusiasmo era sceso di parecchi punti!Ero in panico, mi succedeva spesso.
Mamma mi chiamò da dentro, la nuova casa era davvero carina, c'era moquet chiara su tutti i pavimenti e le pareti erano di varie tonalità di giallo, mi piaceva. Io scelsi la stanza che dava sul vialetto d'ingresso, la vista era stupenda,tanto verde a destra e uno scorcio di mare a sinistra, difronte, altre casette simili alla nostra, mio fratello Luca prese la camera sul retro, almeno mi sarebbe stato lontano, non avremo più condiviso la cameretta.
Mi buttai sul letto fissando la mia camera, era spoglia, così iniziai a sistemare i libri sulle numerose mensole vuote, le foto di scuola, quella della nonna, qualche peluches, il cuscino rosso sul letto, i vestiti nei cassetti, il portatile sulla scrivania. Ora mi sentivo un po più a casa. Il pomeriggio passò velocemente,prima di cena feci una doccia, mi sembrava davvero strano, una sera prima ero nella mia doccia e ora eccomi qui, avevo cambiato non solo paese, anche continente, parte del mondo, fuso orario, tutto. Avvolsi i capelli nell'asciugamano, infilai l'accappatoio verde e con una mano pulii lo specchio appannato. Sì, era tutto vero non stavo sognando.La nostra prima cena fu totalmente normale, mangiammo spaghetti che mamma aveva premurosamente portato dall'Italia. Veloce come al solito per evitare di sparecchiare, corsi in camera mia e mi precipitai sulla sedia a dondolo davanti alla finestra, il giorno dopo avrei fatto un giro del vicinato e un salto alla scuola, giusto per vedere come fosse.Mi addormentai sulla sedia, accovacciata sul plaid viola, ripensando a cosa avevo fatto la sera prima, in Italia, nella tasca dei jeans sentì scricchiolare la pagina che avevo strappato in aereo, la strinsi forte, l'avrei attaccata sulla bacheca di sughero sulla porta della mia stanza pensai, e improvvisamente crollai in un sonno profondo.

lunedì 12 luglio 2010

2.Fly away

In quella calda notte di luglio era quasi impossibile dormire,ed era impossibile frenare i ricordi, che si affollavano nella mente come le gocce di pioggia su un vetro.
Impossibile non pensare a tutto quello che stai per lasciare,i visi noti, il primo amore, quello che non hai mai raggiunto, la prima scuola, la prima amica, la tua casa, è una sensazione particolare pensai,tra quei pensieri mi addormentai, non so neanche dopo quanto tempo.
La mattina eravamo all'aereoporto,pronti a cambiare vita, seduta sul sedile mi sentivo carica, carica piu che mai. L'america ci aspettava, mi aspettava.
Avevano offerto a mio padre un lavoro in America, e dopo avere convinto mia madre a partire, nel giro di 2 settimane, eravamo tutti pronti. E ora eravami lì,
a un passo da una nuova vita.
Mio padre ci fece la proposta una sera di maggio mentre eravamo a tavola, subito, nessuno di noi ci credeva, mia madre si era subito opposta, mio fratello era indifferente come al solito, impegnato con il suo cellulare.
Io ne fui subito entusiasta, offrivano a mio padre un lavoro come ceramista, retribuito 3000 dollari al mese, ci avrebbero fatto trovare una villetta e iscritti in una scuola del posto.
Sembrava un'idea assurda, da Montanaro, un paesino minuscola nella pianura padana, a Boston, America. Non riuscivo neanche a realizzare, il Massachusetts, chissà che posto era, cos' aprì il mio portatile e digitai Boston su google, wow!
totalmente diversa dal paesino di campagna in cui avevo vissuto sino a quel giorno. Poggia la testa al sedile e guardai la mia figura riflessa nel finestrino:
vedevo una ragazza comune, fin troppo comune, con la faccia tonda, la carnagione scura, le occhiaie profonde, due occhi grandi e profondi, i capelli stranamente
lisci e ordinati sulle spalle, questa ero io:Nora, la ragazza timida, impacciata, scoordinata ma estremamente forte e sicura di sè che adesso, avrebbe avuto la possibilità di realizzare tutti i suoi sogni,
quelli di una vita. Ricominciando da zero.
Pensai a un miliardo di cose mentre ero in volo: pensai alla possibilità di rinventare una nuova me, d'altronde a Boston nessuno mi conosceva, pensai anche che questa era un'idea davvero assurda, dovevo essere me stessa,
sempre, solo così sarei riuscita a realizzarmi al meglio. Non so di preciso per quante ore durò il volo, ma ebbi la possibilità di ascoltare all'infinito le canzoni del mio mp3 rosa, alla nausea.
2 parole scritte in bella calligrafia su un opuscolo dell'aereo attirarono la mia attenzione: FLY AWAy. Volare via.Ero sospesa tra il passato e il futuro, scappavo perchè avevo paura del passato? il passato che dicevo di rimpiangere?
oppure ero solo curiosa come al solito, Volare via, ben presto avrei scoperto cosa sarebbe significato per me questo radicale cambiamento. Mi ero ripromessa di rifletterci su, sul volare via, FLY AWAY.
Ero totalmente intorpidita, non mi sentivo più le gambe, quando riaprì gli occhi era già giorno, il sole da quell'altezza era ancora più luminoso, sotto di noi uno strato spesso di nuvole,
sembravano volerci proteggere da chissà cosa, come un nido ovattato. Finalmente una voce in lingua inglese ci invitò ad allacciare le cinture, tra meno di 10 minuti saremmo atterati. Tra meno di 10 minuti sarebbe iniziato tutto.
Tra le mani,tenevo stratta la pagina che avevo strappato dall opuscolo, la scritta FLY AWAY in caratteri d'oro si sposava bene con lo smalto rosso che avevo rimesso con cura prima di partire.
Notai che mi stavo perdendo nei miei soliti dicorsi interpersonali, assurdi come al solito.

sabato 10 luglio 2010

1. Ed è così che ci si sente


"Passerà in fretta una settimana nonna?"
"Più in fretta di quanto pensi, e sarai nuovamente qui"
Mi baciò la fronte.
" A venerdì nonna"

Lì davanti a quella lapide era impossibile trattenere le lacrime, trattenere i pensieri, i ricordi delle parole, dei profumi, delle emozioni.
Erano passata esattamente quattro anni dalla sua morte. La mia nonna. Se ne era andata, così, a 55 anni, per una malattia, e io l'avevo persa, un punto di riferimento, un rifugio. Io con il mio carattere difficile non la facevo mai arrabbiare, era davvero la persona più importante del mondo, dolce, buona, paziente, era la MIA nonna.
Era come se vedessi tutto il mio passata scorrermi come un flashback, troppo emozionante per non piangere. Sentivo i brividi scorrermi lungo la schiena, nonostante fosse luglio. Odiavo con tutta me stessa i cimiteri, ovviamente dopo la morte della nonna, il mio odio era ancora più profondo, ma questa volta mi sentivo in obbligo a venire qui e poggiare l'ultima rosa.
Non avevo più ragioni per restare, lei non era più vicina a me, almeno fisicamente. Era l'ora di una svolta. Un ultimo bacio alla foto e mi avviai lungo il sentiero di ghiaia tra i cipressi, non mi voltai come al solito per un ultimo sguardo alla foto. No, non avevo più lacrime, o forse volevo fare la dura. Le mie unghie smaltate di rosso erano tutte rovinate,non perdevo mai quel vizio, me lo diceva sempre lei, e i capelli, raccolti disordinatamente, sembravano pesare una tonnellata sulla mia testa pieni di pensieri. Restare? imponendomi e continuando la solita vita, con i soliti amici, forse non troppo fedeli? con il latino e i debiti estivi di matematica ogni anno? Con la tristezza di passare davanti casa della nonna e pensare ai ricordi di quando ero una bambina?
Oppure andare? nuova vita, nuovi amici, nuovo futuro da scrivere, diverso da come lo avevo fin ora immaginato?
Misi la borsa a tracolla e salì sulla mia bicicletta, troppo vecchia, troppo rumorosa, ero lieta di sentire il vento che spostava le mie lacrime, che, ormai, erano scese contro la mia volontà. Il tragitto fino a casa fu breve, forse troppo, le mie gambe da atleta scaduta erano a pezzi. Alle finestre non erano più appesa le sottili tende blu, al portone l'agenzia aveva già affisso il cartello vendesi.Non mi sembrava strano, mi ero già trasferita 5 volte in 5 case diverse in 5 paesi diversi. Anche se questa volta sarebbe stato tutto diverso. Sospirai ed esausta poggiai la bici bianca al cancello, mi tolsi le scarpe fuori dalla porta ed entrai in casa. Era piena di scatoloni, alcuni piccoli, altri enormi e pesantissimi, sembrava un deposito. Chissà se mamma sapeva della confusione che aveva lasciato papà. Dovetti scavalcare 4 scatole giganti prima di entrare in camera mia. Avevo molto lavoro da fare, dovevo inscatolare tutti i libri e i pupazzi, una quantità enorme, il mio inseparabile mp3 era, per fortuna sempre al solito posto, scelsi una canzone dal ritmo veloce per scacciare i brutti pensieri, e alzai il volume al massimo, quasi per non sentirli neanche io. Mi immersi nel mio lavoro, finchè non chiamarono per la cena, l'ultima cena prima della partenza.
Ed è così che ci si sente dicono: euforici e nello stesso momento tristi.Quando stai per lasciare ciò che ti era sempre appartenuto per cercare un'altra via.Non avevo paura, non ero nemmeno triste, euforica sì, curiosa soprattutto, lo ero sempre stata, un po' temeraria, forte, la vita, anzi i miei 17 anni me lo avevano insegnato, che se ami davvero qualcosa o qualcuno, lo porterai con te sempre, in qualunque luogo e in qualunque tempo, qualsiasi cosa accada. E io ci speravo, in un nuovo tutto, ed era proprio così che mi sentivo mentre addentavo l'ultimo spiccio di pesca, tutta sudata con i capelli che svolazzavaano all'aria fresca del ventilatore. Credevo davvero in un nuovo inizio, sotto la Sua protezione.